Antonella Doria

Buzziana. Conversazione con Giancarlo Buzzi

 

 

Chi è Giancarlo Buzzi? Un manager, un consulente aziendale, un noto pubblicitario, un saggista, un narratore, un poeta. Questo elenco di professioni potrebbe continuare, ma mi costringo a contenerlo.

Per mia ventura a volte buona a volte cattiva ho impersonato queste e altre attività, facendo esperienze complessivamente arricchenti, anche se non prive di momenti sgradevoli e afflittivi. Narratore, più intensamente, e saggista, più episodicamente (emettitore decisamente parsimonioso di testi di qualsivoglia tipo, non me ne lodo né me ne rimprovero, per giunta sprovveduto di attitudini e consuetudini presenzialistiche in senso lato), lo sono stato comunque sempre, di qualsiasi altra cosa, per quanto impegnativa, mi occupassi, in certi periodi travagliando, per dirla all’inglese, like a Trojan. Frutto di una mia inquietudine, la mia – chiamiamola così, usando il termine nella sua valenza positiva, di peregrinazione fondamente curiosa – erranza lavorativa? Innegabilmente. Ma prevalentemente, e in che misura, costruttiva, la mia inquietudine? Un bilancio, non lo saprei fare. Certo connotata anche e molto da una mia voglia di conoscere il maggior numero possibile di aspetti della realtà.

Ha corrisposto a una scelta meditata e precisa?

Direi di sì, all’uscita dall’università, dove pure mi si prospettavano possibilità di lusinghiera, rapida e probabilmente in tutti i sensi fruttuosa collocazione (di solito si dice carriera, ma è parola che mi fa rabbrividire), per paura, che oggi vedo esagerata e persino un tantino assurda, di rimanere prigioniero di un ambiente che mi sembrava alquanto chiuso e avulso, appunto, dal reale.

Così hai sempre fatto contemporaneamente almeno due lavori. Forse utile, ma certo faticoso.

Altro che. In certi periodi logorante. Mi sono, credo, in virtù di quella scelta, complicata l’esistenza. Ma la voglia che mi aveva spinto, di conoscere più aspetti della realtà, di ficcare in molti posti il mio golosissimo naso è stata in discreta misura soddisfatta, sicché non rimpiango il mio percorso, nonostante mi sia costato, dicevamo, fatiche, amarezze e (particolarmente angarianti, ingiusti e penosi) ostracismi.

Perché ostracismi?

Pare che fossi, – accade: niente di mirabile, nevvero? – molto dotato ed efficiente (parola sintetizzante: “bravo”) nel mio lavoro – definiamolo così per semplicità – “aziendale”. Mi si riconoscevano – non sempre a denti larghi, spesso stretti o strettissimi, non di rado digrignati – virtù di “capo naturale”, di animatore entusiasmatore trascinatore di gente, di pianificatore e di esecutore. Posso dire queste cose tranquillamente perché alla mia età – a dispetto di tutti i malanni fisici che hanno funestato la mia presenza, ormai imponente, ancorché per nulla veneranda, sulla crosta terracquea discontinuamente feconda di frutti – godo dei risultati di un intenso, tenace e mai dimesso esercizio a non lasciarmi irretire dalle pompe del demonio, che includono il compiacimento di sé, la vanità e nei casi estremi la superbia (l’esercizio comprendeva e ancora comprende, perché mica l’ho dismesso, la recitazione quotidiana a me stesso del mirabile, purgatoriale canto dantesco su Oderisi e Provenzano Salvani), e ho, penso molto sviluppato, fino a portarla a una gradazione continuativamente alta la capacità di sfottere me stesso.

Credo anch’io che sia una capacità utilissima, spesso determinante e risolutiva. Ma dimmi qualcosa degli ostracismi. Perché, se ti si riconoscevano le qualità che hai detto?

Non è difficile da capire. Limito il discorso al campo aziendale, ma con alcuni adattamenti lo si può estendere al campo letterario, dove regnano sostanzialmente le stesse brame e preoccupazioni, solo un bel po’ più ridicole e riprovevoli. Quelle stesse qualità, che inducevano gli imprenditori a stimarmi, persino in certi casi ad amarmi e comunque a volermi con loro, che li portavano ad apprezzare in maniera spesso persino imbarazzante i risultati che ottenevo, erano le stesse che a un certo punto li facevano entrare in stati di grave disagio psicologico. La tematica ricorrente era che un tipo come me non poteva non volere il potere (voglia fatalmente implicante la sottrazione di potere ad altri). L’angustia psicologica di cui parlo, quando scatta, non è suscettibile di essere né temperata né obliterata. Non serve a chi la suscita affermare e persino provare con i fatti che le brame che gli si attribuiscono sono inesistenti (evidenziare che sono comunque nella fattispecie inattuabili serve ancor meno). Solo chi brama effettivamente il potere può persuadere coloro che lo detengono che, se lo vuole lo vuole – cosa non riprovevole e naturalissima, perbacco! – è per essere disciplinatamente e con piena accettazione della normativa e dei meccanismi poteristici esistenti del loro mondo e della loro partita. A me questa capacità è sempre mancata, proprio perché del potere, appunto, non mi è mai importato un fico, se non limitatamente e funzionalmente. Ammetto senza difficoltà che la voglia di pianificare e di realizzare piani implica la possibilità di governare con un certo grado di autonomia una sfera, e non è quindi estranea alla problematica del potere. Ma da qui al sospettarti detentore di una voglia di impadronirti di un’azienda, ci corre. Il sospetto diventa a un certo punto buffo e sfrenatamente nevrotico. Hélas, ho visto che molti imprenditori ne sono vittime. Giova dire che il problema del potere te lo trovi a tutti i gradini della scala sociale, a livello anche dei fattorini. Naturalmente tutte queste difficoltà le superi se hai protezioni politiche. Io non le ho mai avute e mai le ho cercate.

Tuttavia hai resistito, te la sei cavata.

Pagando alti prezzi e beccandomi una carrettata di mazzate sui denti e sulle tibie. Ma smettiamola di sfrucugliosamente filosofare e stiamo al concreto e semplice (o quasi semplice). Sono stato effettivamente quello che dici, ho lavorato in svariati settori merceologici, occupandomi in varia misura di tutti gli aspetti della gestione aziendale, a contatto con e in servigio di imprenditori di grande personalità e sfioranti la genialità (mi basti citare Adriano Olivetti e Arnoldo Mondadori), dai quali ho appreso molto – anche per il mio lavoro di scrittore – in termini di qualità spirituali, intellettuali, caratteriali, sensoriali, e che mi hanno anche divertito. Sicuro: a ,loro devo molto, anche se con qualcuno il rapporto è finito – magari non per loro iniziativa o desiderio – malamente. Non importa. È incredibile quanti e quali debiti si devono contrarre se si vuole essere scrittori non di fanfaluche: con gente d’ogni valore e d’ogni tipo, intelligente e stupida, buona e cattiva, dotata di carattere d’oro o di princisbecco, perbene e permale, e così via. Dicono che sia virtù indispensabile ed eminente dei politici, certamente non può non esserlo degli scrittori: non distogliere gli occhi da nulla e ficcare le mani anche in materie ributtanti. Si sa che il guano (eufemismo per la merda) è magistrale.

Ti interessa ancora la pubblicità? In quel settore ti eri fatto un nome.

Non la seguo come un tempo. Altre cose sollecitano la mia attenzione nel breve periodo che mi rimane di terrestrità Ma sì: sono stato un pubblicitario noto per campagne considerate persino esemplari e per avere scritto uno dei primi – forse in Italia il primo – libri che abbia affrontato i problemi culturali, sociali, politici afferenti la pubblicità (La tigre domestica è stato recentemente ripresentato a distanza di una cinquantina d’anni dalla prima uscita da una animosa casa editrice, la Hacca).

È vero che hai fatto il ristoratore?

Vertice del mio ardimento o della mia follia: ho avuto per qualche anno un ristorante e sono arrivato in certe sere, per rimediare a crisi della cucina (provocate magari dal litigio dello chef con qualche collaboratore) a cucinare in sala – lavorando su tre fornelli – una cinquantina di piatti alla fiamma. Ma basta così: non può essere questa l’occasione o il pretesto per declinare esaustivamente una mia biografia. Eccomi comunque qui, malconcio e gravato d’anni, più che mai privo di potere e di denaro, ad aspettare un arruolamento nel plotone di san Pietro – penso come soldato semplice – o più laicamente che la “commaraccia secca” di cui parla il Belli alzi il suo “rampino”.

Parliamo un po’ di Isabella, la protagonista totalitaria del dittico, che se non erro consideri la tua opera più significativa, Isabella delle acque (due volumi: Isabella della grazia e Isabella della stella). Chi è Isabella? Ti identifichi con questo personaggio? Te la sentiresti di dire «Isabelle c’est moi» come Flaubert disse di Emma Bovary?

Posso dire che Isabelle c’est moi solo in quanto è immagine di come vedo la femmina. E come la vedo? Concedimi un po’ di approssimazione, perché per anche soltanto avvicinarmi a precisione definitoria questa nostra conversazione dovrebbe durare troppo a lungo. La vedo come detentrice di una forza spirituale e materiale alla quale la forza del maschio mediamente non si avvicina nemmeno. Forza che le viene da un suo legame immediato con la terra, che si esprime massimamente nel concepimento, nella gestazione, nel parto. Parto bilaterale, perché se è la femmina a figliare il figlio, a dargli realtà di spirito e carne, è il figlio che figlia lei, cioè la spotenzia e attua. Ascoltami bene: spotenziamento necessario perché la potenza si ricostituisca, momento quindi di una circolarità eterna. La ricerca della grazia, da parte di Isabella, è tentativo di sottrarsi alla ineluttabilità del ciclo, di fermarsi per così dire in una sfera di pura inespressa potenza, di spiritalità senza matericità (appartengo alla schiera di coloro che credono all’impossibilità di uno spirito scisso dalla materia e di una materia non spiritata). Qua e là trovi nel libro isabellico frasi che se non sono definizioni esaurienti della grazia come lei la vede portano nella sfera, appunto, in cui la colloca (grazia è il non consumo, il non compiuto – il gesto insomma fermato in qualche punto della sua traiettoria dalla potenza all’atto). Solo che questa è istanza impossibile. La terra – il frammento di stella su cui anche Isabella poggia le piante, esiste e recita la sua fabula –, a stessa asserzione, direi quasi decretazione e conferma della isabellica/femminea forza vince, e Isabella fatalmente, non senza angoscia e frequente pianto (più che pianto mi piacerebbe dire corrotto) le si arrende. Isabella non è in uno stato di grazia: lo brama e lo cerca, importa tenerlo ben presente. Fino ad accorgersi, in grave ma non paralizzante dolenzia (il pianto però o corrotto non se lo nega, frutto anche di stupore e di acquisita consapevolezza sapienziale, di permeante e squassante avvertenza del mistero), che la grazia è potenza, ma che questa potenza, per arrivare ad accertamento e riaccertamento di se stessa non può che spotenziarsi,ovvero che la grazia per accertarsi e riaccertarsi di sé non può che sgraziarsi.

Ma Isabella non dovrebbe essere semplicemente felice per la sua ricerca stessa e per l’esito della medesima? La vediamo soffrire.

Quando si compie una ricerca che coinvolge il sé spiritale e sensoriale, è possibile non soffrire? Non credo. Il discorso vale per un’altra ricerca che concerne non solo le femmine ma tutti i cittadini del cosmo: la ricerca della sostanza misterica alla radice del fiat, il tentativo – in altre parole – di penetrazione dell’abisso ospitante l’essenza da cui promana ogni esistenza. Tutte le femmine e tutti i maschi, ovviamente in misure diversissime, alcuni senza nemmeno avvedersene, hanno questa tensione conoscenziale che li spinge a cercare, però – non mi stanco di ripeterlo – in non speranza di riuscita della ricerca. L’abisso non si può penetrare, si possono al massimo frequentare i suoi dintorni. L’abisso essenza fonte dell’esistenza, radice e albergo di tutta l’ambiguità e contraddizione che caratterizzano l’esistente. C’è il misterico male, c’è il misterico bene, c’è la tragedia che nasce non dalle loro singolari presenze ma dalla loro misterica compresenza.

Se ti si chiedesse di definire con un massimo di sinteticità che cos’è il dittico Isabella delle acque, come te la caveresti? Si ha la sensazione d’essere di fronte a un’opera che non si lascia pacificamente collocare in un genere e in un, per così dire, sottogenere:

Già Mi troverei dunque anch’io in difficoltà, non potendo respingere nessuna delle diverse ipotesi formulate dai critici che se ne sono occupati. Ha ragione chi ci ha visto una tensione continua fra prosa e poesia, chi ha parlato di romanzo filosofico e persino teologico. Isabella delle acque non ha voluto essere (cioè il suo autore non ha programmato che fosse) nessuna di queste o tutte queste cose, ma è riuscita a esserlo, un testo totalizzante. I modi “canonici” della prosa si alternano a quelli della poesia, i modi della ragione si alternano a quelli della sensibilità, estremi di astrattezza a estremi di concretezza, estremi di spiritualità a estremi di carnalità, una tensione filosofica e teologica si coglie in tutte le pagine (quasi sempre, per una sorta di pudore, ironizzata, con un costante intento di trascinarla a un livello di poeticità).

Dal linguaggio assolutamente accessibile dei tuoi primi due romanzi – Il senatore e L’amore mio italiano (considerati dalla critica episodi importanti – non voglio però indugiarmici adesso – di quella narrativa che nel secondo dopoguerra si ispirò largamente ai problemi del rapporto fra l’industria e la comunità) sei passato a un linguaggio che non dirò sperimentale – sapendo che l’aggettivo non ti piace – ma connotato da una ƒortissima tensione innovativa. Come spieghi il passaggio?

Grazie innanzitutto di avere rinunciato all’aggettivo “sperimentale” che. più che non piacermi, mi riesce detestabile e mi innervosisce, per la sua banalità ovvietà, genericità ed equivocità: un tentativo di innovazione, sia episodico sia continuativo (il mio, spero sia ormai continuativo e che lo rimanga fino a che durerà il mio scrivere), potrebbe non essere sperimentale? E non c’è, ahinoi, implicita nell’impiego dell’aggettivo, un’affermazione perlomeno cautelativa ma spesso speranzosa di non riuscita del tentativo? Il tentativo, per il quale il tentante non può non pagare un prezzo che può essere molto alto e non avere il coraggio di affrontare un grosso rischio di fallimento, qualche volta per buona sorte riesce, moderatamente, parzialmente, grandemente, certo mai interamente (se riuscisse interamente troncherebbe la possibilità d’ogni ulteriore innovazione, sarebbe cioè una sorta di miniapocalisse artistica). Esperimento titanico – di megariuscita – è anche l’Ulysses di Joyce, o no? Comunque, per ciò che mi concerne, il problema non fu semplicisticamente di linguaggio, inteso come insieme di significanti e di significati, ma di approccio (lettura e interpretazione) – in tutti i modi possibili, usando nella misura consentitami, spesso modesta, gli strumenti del pensiero e dell’arte – alla tragedia dell’universo. Vogliamo privilegiare il fatto linguistico come aspetto del mio lavoro fortemente caratterizzante? Sia. Che dunque sotto questo profilo fra i punti di riferimento (o forse sarebbe meglio parlare di stimolatori alimentatori soccorritori adiuvanti) della mia istanza ci siano stati – voglio essere avaro di citazioni e limitarmi per ovvi motivi ai prosatori – Proust, Joyce, Céline, Faulkner è anche troppo ovvio. Andiamo indietro e troveremo Folengo, Rabelais (consentimi per questo personaggio una particolarmente sonora pronuncia), Colonna, Gongora. E fermiamoci. Non pochi altri nomi potrei fare. L’unico che non farei è quello di Gadda – che iperstimo e godo –, del quale, quando iniziai a scrivere Isabella, non avevo (colpevolmente) letto e per tutto il tempo della scrittura non lessi nulla. No, il grande Gadda non è stato di me piccino né maestro né ispiratore (se lo fosse stato non potrei che essere lieto e onorato di riconoscerlo e testimoniarlo clamorosamente: meriterei diversamente una patente di idiozia), e fra il suo e mio linguaggio – accomunabili in buona misura per urgenza innovativa – non c’è parentela: non me ne rallegro e non me ne dolgo, semplicemente credo e ho validi motivi di credere che sia così.. Qualcuno ha già provato ad affrontare il tema, e sarò lieto se lo si farà più corposamente e capillarmente (anche – mancherebbe altro! – con il rischio, da me in partenza accettato, che mi si dia torto, però dimostrandolo: ciò che mi dà noia è il semplicismo critico, per cui si identifica in Gadda l’innovazionismo linguistico del Novecento e se ne universalizza il magistero, senza esaminare e confrontare partitamente le cose sue e quelle dei suoi asseriti discepoli e/o imitatori).

Interessante quello che mi hai detto. Ma non del tutto soddisfacente. Ho la sensazione che potresti dirmi qualcosa di più sulle motivazioni della tua urgenza innovativa e sulle – chiamiamole così – spinte alla concretizzazione della medesima.

Vero, posso essere un po’ più preciso. Non però sulle motivazioni dell’urgenza. Non so assolutamente dirti – forse verrà un momento in cui ci riuscirò – perché dopo L’amore mio italiano avvertissi come assolutamente necessario un radicale riorientamento della mia scrittura. Sentivo che scrivere come fino a quel momento avevo scritto non mi sarebbe riuscito più, ma soprattutto che continuando su quella strada la mia scrittura non sarebbe più stata uno strumento utile per l’espressione della mia (e dei miei dieci lettori) tensione conoscenziale. Feci, non rammento quando, erano comunque i primi anni Sessanta, incontro capitale. Lessi l’ottima traduzione di Under the volcano di Malcolm Lowry e la recensii brevemente su una rivista – non letteraria –. Il libro mi aveva intrigato ma anche non so come e quanto disturbato. Lo trattai con superficialità, sia pure non stroncatoria. Ma nei giorni successivi mi accorsi che mi era rimasto dentro e mi scuoteva, non riuscivo a liberarmemene, me lo ritrovavo fisso nella testa e nelle viscere, di giorno, di notte in sogno. Non mi aggrediva, ma mi strapazzava e accarezzava con la sua commoventissima perentorietà. Mi procurai l’originale inglese, rilessi e mi vergognai fino allo spasimo. Non credo di essermi mai addolorato e vergognato tanto durante la mia vicenda letteraria. Posso pensare solo a Gide, quando non capì nulla, alla prima lettura, del libro di Proust. «Giancarlo, sciagurato, che hai fatto?», mi dicevo. Quella storia di infinitamente complessa autodistruzione, di paradigmatica e iperesemplare sofferenza, di amore straziato e straziante, di ansiotica bramosa angosciata angosciante speranzosa incredula frequentazione dell’ambiguità e contraddittorietà abissali, di fonda consapevolezza e pratica sprovvedutezza comportamentale a fronte della terribile sopraffattoria violenza del mondo, di voglia d’esserci amando ed essendo amato e di sparire – e quante altre cose! – mi avevano convinto, illuminato, travolto, irretito. Poi mi venne una eccitazione di quiete. Ricordo che mi misi una sera a un tavolo in una casa di montagna, che allora avevo e ora non ho più (mi restano particolarmente vivi nella memoria il soffitto di un soggiorno dipinto con toni leggeri e una dominanza di rosa da un bravo e ingenuo pittore figurativo ottocentesco, i caminetti, mobili lampade ninnoli liberty), e senza un attimo di incertezza, a ritmo intensissimo, iniziai a dattiloscrivere Isabella, così com’è, con quel suo linguaggio (senza assolutamente consapevolezza di ciò che avrei scritto, senza un sia pure informe abbozzo di discorso in testa). E incertezze non ebbi fino alla conclusione del secondo volume. Lì è nato e cresciuto Isabella, a Pellio Superiore, Valle d’Intelvi. Suo maestro e donno – lui sì, te lo posso assicurare – l’alcolizzato, sfacelato e disperato Malcom Lowry. A lui le cose mie sono e saranno sempre primariamente dedicate, alla sua graziosa capacità di frequentare il mistero della vita anche in virtù della sua inettitudine esistenziale. In questa maniera sono andate le cose, amabile Antonella, della vicenda isabellica. Beh, mi resteranno tempo e forza per scrivere un terzo volume, nel quale Isabella che ha parlato di sé giovane parlerebbe di sé matura o vecchia? Chissà, ma non ha molta importanza.

Ma di questa lingua con cui parla Isabella, non vuoi dirmi nulla?

Non tocca a me discettarne. Lo ha detto molto bene uno dei miei recensori (per la verità assai più che recensore), grande amico mio immaturamente scomparso, Arnaldo Bressan: che non è affare mio asfaltare le strade che apro (ammesso che, aggiungo io, ne apra). Mi limiterò a dirti che ambizione del linguaggio isabellico è fare convivere il massimo di astrattezza con il massimo di matericità. Non per nulla – ti ripeto – credo all’inscindibilità dello spirito e della carne. A questo punto, perché farmi scendere ai dettagli? Mescidazione di lingue e dialetti, citazione di materiali culturali d’ogni genere, parole spinte mediante i loro accostamenti e le loro deformazioni a dilatare e a riarticolare le loro peculiari sfere semantiche e la sfera semantica del contesto, rottura degli schemi tradizionali di sintassi e grammatica. Ma davvero, lascia che mi fermi qui: che senso avrebbe continuare, dicendo per esempio di come sostantivi aggettivi avverbi verbi si scambino forme e funzioni? Posso solo caldamente invitare chi leggerà questa intervista a procurarsi e a consultare quello che, a oggi, resta il discorso più elegante, esauriente, stimolante e chiarificatore sul linguaggio isabellico, un libro di Pietro Carlo Porta (Il labirinto dei contrasti, Otto/Novecento, 2002).

Sospetto che mi dirai di malavoglia, o che non vorrai dirmi affatto, che cos’è la grazia che Isabella cerca e che dà il titolo al primo volume del dittico.

Te lo direi se la cosa fosse suscettibile di una spiegazione svelta, sintetica, riassuntiva. Ma non te la saprebbe dare, una definizione e spiegazione del genere, nemmeno una Isabella in carne e ossa, come nel libro non la dà la protagonista. Accontentiamoci dunque di segnalare – il testo stesso li segnale – un paio di connotati della grazia (mi ripeto ancora): il non consumo, la non compiutezza ovvero il gesto interrotto nella sua traiettoria dalla potenza all’atto. Traiettoria peraltro la cui conclusione è necessaria perché la potenza si ricostituisca. Grazia, abbastanza palesemente, è sinonimo di spirito, e lo spirito è qualcosa che ha la sua esistenza dalla sua alterità, cioè dalla materia (come la materia dallo spirito). La materia non può essere negata o elusa: in essa bisogna sgraziarsi per avere e riavere la grazia. Nel secondo volume del dittico Isabella si arrende, figliando e maternandosi, alla terra. La sua potenza maternale si spotenzia attuandosi per potere riessere. Spirito/carne/spirito. Il ciclo. Verginità/maternazione/riverginazione. Il titolo del dittico, Isabella delle acque, riassume il ciclo alludendo al liquido amniotico, sede della potenza femminea e della vicenda di spotenziamento e ripotenziamento. Contentati, per favore, femmina come tutte le femmine di mirabile e insaziabile avidità, anzi ingordigia.

Ne L’impazienza di Rigo del 1997 (Premio Pisa, Premio Feronia), il linguaggio torna a essere di più facile approccio per il lettore, pur mantenendo la complessità della sperimentazione. Partendo dai dati di realtà degli anni 80/90 – le implicazioni politiche, le corruttele, le cementificazioni –, offri uno spaccato di vita di questo personaggio, Amerigo Pomponazzi detto Rigo, industriale della seta e sindaco di una cittadina della “Beanza” (Brianza), con i suoi tormenti psicologici, sociali, economici. Si affrontano temi filosofici, religiosi, politici, sociali, ambientali (ci sono pagine di rara bellezza, come le descrizioni della “Beanza del tempo che fu”), si affronta dolorosamente e satiricamente la vicenda di Mani Pulite (“Palmi Netti”) etc. Rispetto a Isabella ci sono più storia, contesto, luogo e tempo. È stata una scelta di realtà?

Non direi. Di realtà non manca di sicuro Isabella. C’è nel dittico tutta una città in moltissimi suoi aspetti: case, strade, gente, avvenimenti. Ho voluto provare dopo ad accostare due modi (si avvicendano di continuo) di scrittura: uno più tradizionale, uno nuovo e spericolato, di tipo isabellico. Secondo me ha funzionato. Anche nell’ultimo mio romanzo, Dell’amore.

Ecco, ricordo che questo tuo ultimo testo – che affronta fra l’altro senza ottimismi la problematica dell’handicap anche e soprattutto nei suoi aspetti erotici e amorosi –è stato definito quando uscì da un valente critico, Fabrizio Ottaviani, un “capolavoro assoluto”, il migliore libro dell’anno. La stragrande maggioranza degli altri “addetti ai lavori” (eccezione fatta per alcuni bravissimi saggisti) lo hanno ignorato. Come lo spieghi?

Purtroppo, per malinconiche vicende editoriali i due ultimi miei testi narrativi praticamente non hanno circolato. Ma anche i critici (in prima linea i cosiddetti militanti) che li hanno avuti, li hanno lasciati cadere per terra come istrici pungentissimi. Il discorso vale anche e molto di più per Isabella. I miei libri non vogliono essere presi d’assalto, ma d’assedio. Bisogna che il lettore compia uno sforzo di d’attenzione, d’intelligenza di cuore (rubo parole di una giovane donna che mi ha recentemente gratificato di una eccellente tesi universitaria sulle cose mie, Silvia Cavalli), per superare le difficoltà – al primo accostamento – della forma con cui il messaggio è trasmesso. Se uno compie questa fatica iniziale – leggendo e rileggendo un po’ di pagine – il rimanente del testo non presenta più problemi. Ma i lettori d’oggi sono sempre più pigri, distratti, impazienti, frettolosi. Mi è accaduto però qualcosa di più strano, anzi che ha dell’incredibile: nessuno, dico nessuno di quanti hanno consumato quintali di carta e mesi di tempo radiofonico e televisivo per scrivere e parlare di avanguardie e, appunto, di innovativi modi di scrittura ha speso una sola parola per Isabella delle acque. Roba, per dirla come a Voghera (traduco un’espressione dialettale), da “farne quadretti rotondi”. Pazienza: in fondo la cosa mi fa nella sua bizzarra, strampalata enormità quasi ridere. Invece mi rattrista che quasi nessuno dei cosiddetti facitori dell’opinione letteraria – alludo ad autorevoli baccalari e barbassori – abbia sentito il bisogno di testimoniare, sia pure brevemente e non in chiave totalmente positiva, per Isabella. Mi sembra una marchiana ingiustizia e una colpevole negligenza, che non mi è facile perdonare, nonostante quello che ti dicevo mio soddisfacente superamento delle pompe del demonio.

Ebbene, mi pare che anche nelle tue ultime opere ci sia da parte dei protagonisti la ricerca costante della “grazia ”. Sì, circolarità: torna la tematica della “ grazia ”, torna la “stella ”. E la storia con i suoi personaggi sembra quasi strumentale al costante discorso filosofico sotteso al cui centro sta quel particolare “stato di grazia” che si chiama amore. Amore irriducibile, universale. Si tratti di eros, di agápe o dell’«amor che move il sole e l’altre stelle». Così, in Dell’amore, una delle protagoniste pensa: «Ma nell’inferno non sono, se dove c’è amore non c’è inferno». Ma non vogliamo concludere con qualcosa di ottimistico? Ci sono state persone che delle cose tue hanno parlato in modo per te soddisfacente?

Come no, in modo soddisfacente e commovente. Non posso fare un elenco, dimenticherei qualcuno e me ne dorrei. Lascia ch’io citi solo due nomi, per diversi motivi: uno è quello del primo editore di Isabella, Vanni Scheiwiller. Si era innamorato del testo e non si stancava di presentarlo e raccomandarlo, a letterati e non, girando per le librerie (infaticabile utente dei treni). L’altro te lo cito (non ne ha mai scritto nulla ma ne parlava, anche lui instancabile, entusiasticamente dappertutto) perché qualche non banale qualità Isabella deve averla se, nonostante il suo discorso si svolga primariamente – e sia pure laicamente e spesso in chiave ironica – sulla grazia e avendo come eminente interlocutore un Altissimo autore del fiat, catturò direi proprio integralmente una persona come Mario Spinella, saggista e narratore di grande rilievo, intellettuale di molti interessi, marxista e comunista, segretario di Togliatti, direttore della scuola di Frattocchie dove il vecchio PCI formava i dirigenti di partito. No, non è senza significato che fra le testimonianze più calorose e penetranti su Isabella ci siano quelle di uomini di sinistra moderata ed estrema, che non cito per discrezione e per non rischiare l’accusa di ostentazione. Vuol dire che il suo discorso ha perlomeno una validità che va oltre le ragioni fideistiche e ideologiche. O mi sbaglio?

 

 

Antonella Doria, Buzziana. Conversazione con Giancarlo Buzzi, «Il Segnale», 2012, 93, pp. 3-11.

 

 

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